La mammografia, sin dalla sua introduzione, è stata, il più efficace strumento per la diagnosi precoce del carcinoma mammario, una patologia che secondo le stime ministeriali colpisce oggi 1 donna su 8 in Italia.
La continua evoluzione tecnologica ha permesso in un primo tempo di passare dalle apparecchiature analogiche a quelle digitali, che tuttavia, per quanto evolute, risentono sempre della limitazione intrinseca alla metodica stessa, vale a dire la trasposizione in una immagine bidimensionale di un organo tridimensionale.
La digitalizzazione ha però aperto la strada a quella che è stata definita la più significativa evoluzione dell’imaging senologico degli ultimi anni: la tomosintesi della mammella (DBT, Digital Breast Tomosynthesis). Questa tecnologia, detta anche 3D, consente di ricostruire il volume della mammella grazie a uno specifico algoritmo che combina insieme le proiezioni 2D a basso dosaggio, ottenute con diverse angolazioni del tubo radiogeno (la parte dell’apparecchiatura che emette le radiazioni), che si muove ad arco con la mammella ferma sul detettore.
Le singole immagini vengono quindi ricostruite in una serie di sottili strati di 1 mm di spessore, visualizzabili sia singolarmente che in modo dinamico.

In cosa si differenzia questa nuova tecnologia rispetto alla mammografia bidimensionale?
Nell’essere, come dice il nome, una tomografia o stratigrafia della mammella, che nonostante il principio radiogeometrico sia simile a quello utilizzato nella stratigrafia della radiologia tradizionale, differisce da quest’ultima poiché consente di ricostruire un numero arbitrario di immagini a partire dalla stessa sequenza di proiezioni 2D registrate. E proprio questo permette di ovviare in buona parte a quel limite sopra enunciato della mammografia bidimensionale, dovuto alla sovrapposizione delle normali strutture mammarie con conseguente possibile mascheramento delle lesioni, in particolare, come è facilmente intuibile, nelle mammelle spesse e con ricca componente ghiandolare.

Quali sono quindi i vantaggi offerti dalla tomosintesi?
Innanzitutto questa nuova tecnologia assicura una più accurata visualizzazione delle eventuali lesioni, eliminando il “rumore” generato dalla sovrapposizione dei tessuti, e ciò si traduce in un aumento dei tassi di rilevamento delle lesioni, soprattutto dei tumori invasivi.
Diretta conseguenza è un più elevato valore predittivo di positività della lesione per indirizzare alla biopsia, una riduzione dei falsi sia positivi che negativi e, nello screening, un minor tasso di richiami. Inoltre, nonostante la maggiore capacità diagnostica offerta dall’utilizzo della tomosintesi, di cui le nuove apparecchiature sono dotate, l’indagine mammografica completa di immagini 2D e 3D non comporta un significativo aumento della dose di radiazioni assorbite dalla mammella se si utilizzano immagini 2D sintetizzate dagli strati 3D al posto delle immagini 2D convenzionali. Infine, occorre segnalare che la tomosintesi necessita di una minore compressione della mammella, rendendo così l’esame meno doloroso, cosa senz’altro assai gradita dalle pazienti!

Dr. Mario Piolatto, Specialista in Radiodiagnostica e Consulente LARC.

(Articolo tratto da Il Monitore Medico n.1/2018)